sulla fotografia stenopeica  
   
 

Pinhole photography
Fotografia stenopeica o a foro di spillo

Un po' di storia

Un apparecchio fotografico stenopeico, dal greco "stenos opaios" = PICCOLO FORO, è lo strumento più elementare per produrre immagini: una scatola vuota e nera, un forellino di qualche decimo di millimetro su una parete e un foglio fotosensibile su quella opposta. Il principio di formazione dell'immagine, proiettata su uno schermo attraverso il foro, è noto da millenni. Già Aristotele accennò al foro stenopeico ed i sapienti arabi lo utilizzarono in astronomia per osservare l'eclissi solare. Al Kindi (Alchindus), scienziato arabo vissuto nel IX secolo, scrisse un importantissimo trattato al riguardo, a noi noto grazie alla traduzione fatta nel XII secolo da Gherardo da Cremona, nel quale si possono leggere precisi riferimenti alle regole matematiche che influenzano il corretto funzionamento della "camera obscura". Altro sapiente arabo, contemporaneo di Al Kindi, che descrisse la "camera obscura" in un notevole trattato, giunto a noi grazie ad una anonima traduzione del XIV secolo, fu Abu Alì al Hassan Ibn al Haitam, forse più conosciuto col nome Al Hazen. Riferimenti a tale strumento si trovano tra l'altro negli scritti di Bacone (1214-1294) e di Levi ben Gerson (1320). Cesare Cesariano nel 1521 pubblicò i "Commentari a Vitruvio" in cui fece riferimento agli esperimenti condotti proprio sul foro stenopeico. La più chiara e dettagliata descrizione di una camera obscura è contenuta nel "Codice Atlantico" di Leonardo da Vinci (1452-1519), dove per la prima volta fu presentata una correlazione tra l'occhio umano e la camera obscura. Un successivo testo, che riporta dati sull'uso della camera oscura, fu il "Magiae Naturalis: sive de Miraculis rerum naturalium" di Giovan Battista Della Porta (1538-1615), anche se egli non utilizzò mai un simile strumento. Il Della Porta suggeriva, come già avevano fatto altri in precedenza, di ampliare le dimensioni del foro e di applicarvi una lente; questo fu essenziale nella costruzione di camere portatili ad uso dei disegnatori del tempo. Dal 1600, infatti, la camera obscura diviene strumento indispensabile per disegnatori e pittori , che conoscevano perfettamente il funzionamento dell'obiettivo, il corretto modo di messa a fuoco, il rapporto tra diaframmatura e definizione dell'immagine. Già allora molte camere obscure erano dotate di uno specchio a 45° che rinviava l'immagine formatasi, tramite il foro ormai munito di lente, contro la parete superiore della scatola: in breve, la nostra REFLEX. L'immagine fotochimica, come noi la conosciamo, nacque molto dopo (ufficialmente nel 1839), ma contrariamente a quanto si può pensare l'uso del foro stenopeico, in fotografia, iniziò solo dal 1850; causa anche le non indifferenti limitazioni tecniche dovute alla scarsa rapidità dei materiali fotosensibili. (Per una più ampia analisi sulla storia della fotografia vedasi Una breve storia mondiale della fotografia ). Tra i primi ad utilizzare una fotocamera stenopeica fu Sir David Brewster che nel 1856, nel suo libro "The Stereoscope", identificò il mezzo e il metodo di lavoro col nome "Pinhole photography", mentre Joseph Petzval, nel 1859, o Dehors & Deslandres, nel 1880, utilizzarono termini quali "Stenopaic Photography". Altri grandi pionieri della fotografia stenopeica furono gli inglesi Sir William Crookes e John Spiller, ma le foto più antiche che si conservino sono quelle eseguite nel 1880 circa da Flinders Petrie (archeologo 1835-1942) durante una campagna di scavi in Egitto. La fotografia stenopeica raggiunse il massimo della sua gloria nel periodo Pittorialista (1890-1930 circa). Nel 1889-1890 George Davison vinse il primo premio nell'esposizione annuale della Photographic Society of London con appunto una fotografia stenopeica: An Old Farmstead, più nota forse come "Il Campo di Cipolle". In quel periodo furono commercializzati svariati modelli di fotocamere stenopeiche che per caratteristiche e costo si possono paragonare alle attuali usa e getta, le più popolari furono la Ready Photographer e la Glen Pinhole Camera, ma in assoluto il primo progetto di fotocamera stenopeica commerciale fu del 1887 (Dehors & Deslandres), fotocamera munita di ben 6 fori di differente diametro e prodotta in tre diversi modelli. L'amore per la fotografia senza obiettivo dei fotografi italiani e la diffusione di tali strumenti tecnici nel nostro paese non furono certo da meno, basti ricordare il torinese Luigi Martini che presenta nel 1892, alla I° Mostra del Circolo Dilettanti Fotografi di Torino, numerose fotografie ottenute con una fotocamera stenopeica, mentre l'anno successivo, 1893, appense all'Esposizione Fotografica Alpina di Torino ben 14 fotografie stenopeiche. Grande fu l'apprezzamento popolare e l'entusiasmo della stampa verso queste fotografie (Vedasi ad esempio il "Dilettante di Fotografia" 1892 n°23 o l'articolo di A. Stella su "La Gazzetta del Popolo della Domenica" 20 marzo 1892 n° 12, oppure l'articolo apparso sulla "Rivista Mensile" del CAI, XII-1893. Per quanto riguarda la fotografia stenopeica in Italia si può far riferimento allo storico libro: "La fotografia senza obiettivo" di Luigi Sassi, edizioni Hoepli 1905). Pochi anni dopo, 1909-1910, un grande maestro della fotografia, a cui si devono molte immagini rivoluzionarie, Alvin Langdon Coburn , utilizzò una fotocamera stenopeica per realizzare l'innovativa "The Thousand Windows" (Una delle immagini di "New York from Its Pinnacles", tra i migliori lavori di paesaggio urbano della fotografia d'inizio '900). Dopo una lunga assenza dalla scena fotografica, sul finire degli anni trenta del XX secolo il foro stenopeico era praticamente sconosciuto, esso tornò in auge dopo la metà degli anni cinquanta grazie a Frederick Brehm del Rochester Institute of Tecnology, per presto divenire una forma "filosofica" a se stante, con i suoi cultori (Paolo Gioli e Franco Vaccari in Italia, Gottfried Jäger in Germania, David Lebe, Wiley Sanderson e Eric Renner negli USA) e i suoi generi specifici.

Un po' di tecnica

Poche sono le regole che servono per costruire una fotocamera a foro stenopeico. E' importante sapere che la definizione (nitidezza) di una immagine ottenuta con un foro stenopeico, posto ad una distanza nota, varia al variare del diametro del foro. Esiste un diametro ottimale del foro per ogni distanza foro/pellicola e viceversa.
Ecco la formula matematica che permette di calcolare il diametro ottimale (D) di un foro data la sua distanza dal piano pellicola:



Dove D è il diametro del foro espresso in mm; 0,0013 è una "costante" che tiene conto della lunghezza media della radiazione usata per esporre, che in questo caso corrisponde alla luce a cui sono sensibili i film pancromatici, circa 500 nm; L è la lunghezza dell'apparecchio, cioè la distanza foro/pellicola, espressa in mm.
Chi non usa film pancromatici deve ricordare che il diametro ottimale risulterà un po' più piccolo quando espone la pellicola a radiazioni ultraviolette, e un poco più grande quando espone la pellicola a radiazioni infrarosse.

Non è sufficiente conoscere il diametro del foro e la sua distanza focale ottimale per lavorare con una fotocamera a foro stenopeico, bisogna sapere l'esatta corrispondenza tra il foro e i valori di diaframma (f:) normalmente usati in fotografia. Ecco la formula per trasformare il diametro del foro in valori di diaframma f: (comprensivi dei sottomultipli, cioè mezzo f: e un terzo di f:)


f: = L/D


Dove f: è il valore espresso in diaframmi; L è la distanza foro/pellicola espressa in mm; D è il diametro del foro espresso in mm.
La serie dei valori di f: di un obiettivo fotografico moderno ha una sequenza standard come la seguente:
f: 1 - 1,4 - 2 - 2,8 - 4 - 5,6 - 8 - 11 - 16 - 22 - 32 - 45 - 64 - 90 - 128 - 180 - 256 - 360 - 512
Normalmente la corrispondenza tra foro e valore di diaframma cade tra f:180 e f:512 , perciò diventa utile riscrivere la precedente sequenza standard nel seguente modo
(sequenza ad intervalli di mezzo diaframma) f: 180 - 218 - 256 - 308 - 360 - 436 - 512
(sequenza ad intervalli di un terzo di diaframma)
f: 180 - 205 - 230 - 256 - 291 - 326 - 360 - 411 - 461 - 512
Individuata l'esatta corrispondenza tra diametro del foro e f: è facile ottenere, in qualsiasi condizione di luce, buone esposizioni debitamente corrette per
l'effetto Schwarzschild (errore di reciprocità) caratteristico del materiale fotosensibile in uso. (Per conoscere il fattore di correzione del tempo di posa, per lunghe esposizioni, fare riferimento alla scheda tecnica dei singoli film usati. Scheda facilmente reperibile al sito web della ditta produttrice).
Anche se il dato non è fondamentale per la costruzione e l'uso di una fotocamera stenopeica si deve considerare, oltre al valore in f: del foro e la distanza ottimale a cui esso va posto, il diametro del cerchio di copertura di un foro posto alla sua distanza focale teorica. Approssimativamente si può affermare che il diametro del cerchio di copertura corrisponde a 3,5 volte la distanza focale ottimale; cioè un foro del diametro di 0,4 mm posto alla distanza focale di 125 mm produrrà una immagine circolare con diametro di 437,5 mm, questo foro sarà quindi adatto ad un formato pellicola massimo di 11x14 pollici (27,9 x 35,6 cm). Per chi usa films pancromatici il formato massimo facilmente reperibile in commercio è di 8x10 pollici (20 x 25 cm) coperto, senza alcun decentraggio, da un foro di 0,35 mm di diametro posto ad una distanza focale di 90 mm, "ottica" che risulta essere, per questo formato, un vero super grandangolo.


Il foro

Per ottenere un forellino minuto, perfetto e di diametro noto si fatica un poco, ma non è per nulla difficile o dispendioso. Personalmente prediligo l'uso di punte per trapano calibrate, quelle usate dagli orologiai o nella micro-meccanica di precisione, poiché hanno la caratteristica di restituire un foro perfetto e dal diametro noto.
Sono attrezzi facilmente reperibili in utensileria, dal costo modesto e di facile uso. Come è facilmente reperibile, sempre in ferramenta, un sottilissimo foglio d'ottone con spessore di circa 0,050 mm, generalmente conosciuto col nome di "carta di spagna", su cui si esegue il foro. Attenzione allo spessore del foglio di ottone che non deve essere eccessivo, altrimenti si incappa nell'effetto tunnel con una perdita di definizione dell'immagine dovuta alla riflessione dei raggi più obliqui che colpiscono la parete interna del foro. Altra accortezza è quella di ridurre al minimo la presenza di sbavature nel foro. Si ovvia a questo problema forando la "carta di spagna" ben pressata tra due lamierini consistenti ma sottilissimi d'alluminio.

Tabelle

diametro foro
in mm
distanza foro/pellicola
in mm
f:
cerchio di copertura
in mm
formato pellicola
in cm

0,3

0,35

0,4

0,5

0,6

0,7

70

90

125

200

280

380

230

256

308

411

461

581

245

315

437

700

980

1330

13x18

20x25

28x35

45x55

65x75

75x110

Perchè una pinhole camera oggi?

Sembra assurdo a centosessantacinque anni dalla nascita della fotografia, dopo l'incredibile evoluzione tecnica che questa arte ha avuto e le due grandi rivoluzioni che ha prodotto/subìto, il cinema (1895) e l'immagine numerica (XXI secolo), parlare ancora di fotografia stenopeica; eppure un esiguo gruppo di cultori è presente ed attivo. Oggi, quando tecnica e tecnicismo hanno invaso ogni spazio e il concetto di rapidità si è espanso all'infinito, il ritorno all'uso di fotocamere stenopeiche, lente e totalmente artigianali, appare come una rivincita dell'uomo sul mezzo, un ri-avvicinarsi alla semplicità. Non è mia intenzione esporre tesi filosofiche sulla fotografia stenopeica attuale, invito chi è interessato a leggere i testi di Marzocchini e Vaccari (Vincenzo Marzocchini: La lentezza stenopeica - Fotographia, giugno 2004 n°102 anno XI, e gli scritti di V. Marzocchini e F. Vaccari in La Fotografia Stenopeica. Storia, tecnica, estetica delle riprese stenoscopiche - AGORA35 2004 e La Fotografia Stenopeica in Italia - CLUEB Bologna 2006 ), ma trovo interessante la correlazione che viene fatta tra "semplicità" e "foro stenopeico". La fotocamera stenopeica è e resta un mezzo per fare fotografie al pari di qualunque altro strumento e produce immagini fotografiche per nulla diverse da quelle ottenibili con fotocamere a lente, analogiche o numeriche. Diverso è l'approccio con il reale fotografato, che per forza di cose viene analizzato e presentato differentemente. Diversa è la prospettiva ottenuta, diversa la leggibilità dei piani dell'immagine, diverso è il tempo impiegato per effettuare la ripresa: tempo reale, lo scatto, e tempo "virtuale", l'inquadrare il soggetto. Diversa è anche l'importanza dell'intervento dello strumento tecnico nell'esecuzione stessa dell'immagine, che rende questo genere di fotografia abbastanza indipendente dalla volontà dell'uomo-operatore (Jean-Christophe Blaser, Franco Vaccari). Queste diversità sono la specificità della fotografia stenopeica: se correttamente sfruttate restituiscono immagini uniche nel loro genere che vanno molto oltre l'uso didattico che normalmente viene fatto della fotografia stenopeica. Sarà la sensibilità del fotografo a rendere queste immagini contemporanee, libere dall'alone di pittorialismo che per anni ha segnato la fotografia stenopeica e ancor più dalla sola esaltazione dell'elementare mezzo di produzione, peccato originale di molti fotografi.

Vantaggi e svantaggi

Lavorare con una fotocamera a foro stenopeico, cioè con una attrezzatura minimalista, ha i suoi pregi, affascinanti, ma anche i suoi non indifferenti difetti. Elenchiamo subito i principali e più importanti problemi che vanno affrontati:

- Si utilizzano tempi di posa incredibilmente lunghi anche con pellicole molto sensibili, che spesso incorrono nell'errore di reciprocità (effetto Schwarzschild) allungandosi ulteriormente.
- E' praticamente impossibile fotografare a mano libera anche in pieno sole.
- Si ottiene una immagine non perfettamente nitida. Il difetto è poco percepibile nelle stampe a contatto ma assai marcato ingrandendo il fotogramma ("Difetto" che però è la caratteristica di questo genere di fotografia).
- E' assai indaginoso inquadrare il soggetto da fotografare in particolare usando focali medio-lunghe, problema non da poco anche se la fotocamera non richiede alcun controllo della messa a fuoco.

Ciò nonostante i vantaggi giustificano l'uso di tale mezzo di ripresa, tant'è che Ansel Adams ha amato e usato tantissimo il foro stenopeico. Ma quali sono dunque i concreti vantaggi offerti dal foro stenopeico? Eccoli:

- Nonostante la non perfetta nitidezza l'immagine risulta sempre leggibile, da zero a infinito.
- Non è assolutamente necessario che la pellicola sia planare tantomeno parallela al piano dell'ottica.
- Il foro, a parità di focale, copre formati di pellicola di maggior dimensione; cosa che permette la costruzione di super grandangolari per fotocamere che utilizzano pellicole di grande/grandissimo formato.
- Qualunque scatola o recipiente a tenuta di luce, anneribile all'interno, può essere trasformato in una fotocamera a foro stenopeico.
- Il costo di un tale sistema ottico è irrilevante per qualunque formato di pellicola usato.


Da leggere

- LA FOTOGRAFIA STENOPEICA. A cura di Luigi Cipparrone e Vincenzo Marzocchini - Le Nuvole Cosenza 2008

- LA FOTOGRAFIA STENOPEICA IN ITALIA. A cura di Vincenzo Marzocchini - CLUEB Bologna 2006

- LA FOTOGRAFIA STENOPEICA. Storia, tecnica, estetica delle riprese stenoscopiche. di Vincenzo Marzocchini - Agora35  2004

- PINHOLE PHOTOGRAPHY: Rediscovering a Historic Technique. di Eric Renner - acquistabile su  www.pinholeresource.com

- ILFORD Scuola . FOTOGRAFIA DIDATTICA Come costruirsi una macchina fotografica. di Carla Novi  FrancoAngeli Libri - Milano

- FONDAMENTI DI FOTOGRAFIA. Materiali e processi. di L.Stroebel, J.Compton, I.Current, R.Zakia - Zanichelli 1993

- Tesi/La_Fotografia_Stenopeica_Storia_ed_evoluzione_di_una_tecnica_Irene_Campana.pdf

Nessun'altra informazione "tecnica" serve per chi vuol fotografare con fotocamere a foro stenopeico, salvo il saper misurare la luce. Buon divertimento.

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