Studiare la storia della fotografia significa anche conoscere le varie tecniche di lavoro che hanno permesso l'esecuzione dei documenti fotografici che noi oggi analizziamo. Collezionare documenti fotografici impone di saper riconoscere le varie tecniche di lavoro utilizzate in passato per permettere una corretta conservazione del documento o di restaurare nel modo migliore un documento danneggiato; atto comunque da demandare rigorosamente a personale specializzato. Qui di seguito si offre una breve panoramica sulle tecniche fotografiche storiche, finalizzata a guidare il neofita tra i vari documenti fotografici prodotti tra il 1839 e il primo decennio del XX secolo. Per una più corretta e dettagliata analisi delle tecniche fotografiche antiche si rimanda a: William E. Leyshon Photographs from the 19th Century: A Process Identification Guide. http://www.sharlot.org/archives/photographs/19th/book/index.html



Documenti fotografici storici positivi e negativi con relativo periodo di produzione.

Documenti in negativo

Disegni fotogenici, dal 1839 per alcuni anni.
Calotipi, dal 1841 alla prima metà degli anni sessanta.
Lastre di vetro albuminate, tra il 1847 e il 1860c.
Lastre di vetro al Collodio Secco, dal 1850 al 1880 c.
Calotipo cerato di Le Gray, dal 1850 c.
Lastre in vetro al Collodio Umido, dal 1851 al 1880 c.
Lastre alla gelatina sali d'argento, dal 1871.
Negativo su supporto in Nitrato di Cellulosa, dal 1888 c.


Documenti in positivo

Daguerrotipi, dal 1839 alla fine degli anni sessanta.
Carte Salate, dal 1839 alla fine degli anni sessanta.
Cianotipia, dal 1842 a tutt'oggi.
Carte all'albumina, dal 1850ca. al 1930c.
Carte alla gelatina-sali d'argento, dal 1850c. a tutt'oggi.
Ambrotipia, dal 1851c. al 1880
Ferrotipia/Tintipia, dal 1852c. al 1920c.
Stampe al Carbone, dal 1865 a tutt'oggi.
Stampe alla Gomma Bicromatata, dal 1865c. al 1930.
Carte al collodio-sali d'argento, dal 1867c. al 1910c.
Platinotipia/Palladiotipia, dal 1873 a tutt'oggi.
Carte al citrato, dal 1880c. al 1920c.
Kallitipia, dal 1889 al 1920c.
Autocromie, dal 1907 al 1930c.
Stampe agli inchiostri grassi, dal 1900c. al 1930.

Cenni sulle principali tipologie di documenti fotografici positivi storici reperibili

Daguerreotipo-Dagherrotipo (1837/1839)
Prende il nome dal suo inventore, Luois Jacques Mandé Daguerre, che lo presentò ufficialmente a Parigi nell'agosto del 1839. E' formato da una lastra di rame rivestita da un sottile strato di argento sensibilizzato con vapori di iodio. Dopo l'esposizione l'immagine formatasi sull'argento viene sviluppata con vapori di mercurio e quindi "stabilizzata" per immersione in una soluzione di sodio cloruro o, dopo il 1840, di sodio tiosolfato. Sovente allo sviluppo si fa seguire un bagno di viraggio all'oro. Era uso colorare a mano l'immagine per aumentarne la veridicità. Delicatissimo e altamente instabile se esposto all'aria il daguerreotipo viene conservato in eleganti astucci ermetici d'epoca. Caratteristica del daguerreotipo è di presentare una immagine contemporaneamente positiva/negativa in relazione all'inclinazione con cui si osserva la lastra d'argento. Alterazione tipica del daguerreotipo è l'imbrunimento della superficie causa l'ossidazione dell'argento, in tal caso è necessario un corretto intervento di restauro da parte di personale specializzato.


Carte Salate
Sono in assoluto il primo materiale da stampa nella storia della fotografia. La superficie delle carte salate risulta opaca e sono perfettamente visibili, attraverso l'immagine, le fibre del supporto primario (la carta). Normalmente le carte salate venivano virate all'oro prima di essere fissate in sodio tiosolfato ottenendo così gradevoli tonalità rossastre o neroviolette.
Le carte salate si possono suddividere in tre gruppi:
1 - Carte salate semplici: si tratta di un foglio di carta impregnato di una soluzione di sodio cloruro che, una volta asciutto, veniva sensibilizzato per immersione in una soluzione di argento nitrato.
2 - Carte salate collate all'amido: si tratta di un foglio di carta impregnato di una soluzione salina a cui si è aggiunto dell'amido in ragione del 2% che, una volta asciutto, veniva sensibilizzato per immersione in una soluzione di argento nitrato. L'immagine finale risulta leggermente brillante e con tonalità tendenti al violetto. Questa tipologia di documento fotografico risale agli anni cinquanta del XIX secolo.
3 - Carte salate collate alla gelatina: si tratta di un foglio di carta impregnato di una soluzione salina a cui si è aggiunto dall'1 al 4% di gelatina che, una volta asciutto, veniva sensibilizzato per immersione in una soluzione di argento nitrato. Le tonalità della stampa finita risultano brunorossastre.
Si può far rientrare nella voce Carte Salate anche la cianotipia, la kallitipia, la platinotipia, la palladiotipia e tutti i documenti fotografici con emulsione sensibile priva di legante.

   
   Sezione di carta salata semplice (250X) Foto P.Manzone

Cianotipia
Inventata da Sir John William Herschel nel 1842 è una tecnica di stampa fotografica che restituisce delle immagini blu su carta più o meno collata, con superficie opaca e con ben visibili, attraverso l'immagine, le fibre del supporto primario. Si basa sulla riduzione, per mezzo della luce, di composti ferrici in sali ferrosi. Fatta eccezione per una certa incompatibilità con gli ambienti alcalini la cianotipia è una immagine fotochimica altamente stabile.

          Cianotipia (40X) Foto P.Manzone  

    

Carte all'albumina
Si tratta di un materiale da stampa, utilizzato per la prima volta nel 1850 da Louis Blanquart-Evrard, di elevata qualità e buona stabilità nel tempo, dalle tonalità brillanti che vanno dal rossobruno al violetto. Lo strato di albumina steso sulla carta separa le fibre del supporto primario dall'emulsione fotosensibile che, a differenza della carta salata, non fa più parte del supporto ma vi galleggia sopra permettendo una qualità e un dettaglio nell'immagine di rara bellezza. Si intravedono ancora le fibre della carta ma, rispetto alla carta salata, in modo meno marcato. Le stampe all'albumina venivano generalmente virate all'oro, che ne garantiva una maggior stabilità, e per ovviare all'ingiallimento dei "bianchi" lo strato di albumina veniva tinto con un colorante organico rosa o malva. Quest'ultimo procedimento genera immagini esteticamente molto belle ma assai instabili nelle alte luci. Prassi comune era colorare a mano la stampa all'albumina per aumentarne la veridicità. Caratteristica delle carte all'albumina è la tendenza ad arrotolarsi a sigaretta se non incollate su un supporto secondario rigido. Altro problema, tipico di questo materiale, è la tendenza a produrre microscrepolature "crettature" sulla superficie dell'emulsione, molto evidenti osservando l'immagine con una lente, dovute in genere a sbalzi di umidità e temperatura ambiente. Si sconsiglia di pulire le albumine lavandole o di provocare il loro distacco dal supporto secondario immergendole in acqua.

   
    Carta all'albumina (40X) Foto P.Manzone


Sezione di una carta all'albumina del 1880 circa. (400x)
Foto P.Manzone

Ambrotipo e Ferrotipo
L'uso del collodio non fu mirato alla sola produzione di negativi ma, con le dovute modifiche, si produssero anche immagini positive assai affascianti: l'ambrotipia e la ferrotipia.
L'ambrotipia
(1854, J.A. Cutting) sfrutta la caratteristica del collodio di restituire un negativo di color grigio chiaro, che con l'aggiunta di sali di mercurio nella fase di sviluppo diventa quasi latteo. Ponendo il negativo così ottenuto su di uno sfondo nero si percepisce l'immagine con i toni invertiti, cioè in positivo. Normalmente queste immagini fotochimiche venivano montate in astucci simili a quelli dei daguerrotipi ma a differenza di questi ultimi le ambrotipie sono sempre positive comunque si osservino. Danno tipico delle ambrotipie è il distacco della vernice nera stesa sullo strato di collodio per ottenere l'effetto di inversione dei toni e a sua protezione; nel caso è doveroso provvedere a far restaurare l'immagine da personale esperto.
Altra applicazione del collodio fu nella ferrotipia
(1853, A.A. Martin; 1856, W. Kloen & D. Jones; 1856 H. Smith) o tintipia (vedi immagini).
Quest'immagine differisce dall'ambrotipia per il fatto che il collodio veniva direttamente steso su di un lamierino laccato di nero. Caratteristica tipica delle ferrotipie è arrugginire ove l'originale laccatura di protezione è danneggiata, oltre all'attrarre una calamita.
Un documento fotografico similare è la
melanografia (1853, Dr. Langdell), che utilizza come supporto primario un foglio di carta nero.



Ferrotipia - Carte de Visite
Foto P.Manzone




Ferrotipia (40X) Foto P.Manzone

Ferrotipia (16X) Foto P.Manzone    


Stampe ai pigmenti:
 -al carbone
Grazie alle ricerche condotte da Mungo Ponton nel 1839 sulla sensibilità alla luce dei sali di cromo A. Poitevin inventò un metodo di stampa fotografico detto al carbone, perfezionato tra il 1864 e il 1867 e commercializzato ad opera di J. Swann. Una stampa al carbone altro non è che uno strato di gelatina indurita colorata con nerofumo o altro pigmento inorganico stabile. La sua stabilità nel tempo è impareggiabile e la sua bellezza impressionante. Caratteristica di questo genere d'immagini è la totale assenza di specchio d'argento, l'avere brillanti i neri mentre le alte luci, i bianchi puri, sovente risultano opache e in esse a volte si possono intravedere le fibre del supporto primario. Le prime stampe al carbone presentano l'inversione destra/sinistra dell'immagine. Dal 1952 l'atelier Fresson esegue stampe a colori in quadricromia utilizzando carte al carbone, si tratta di una modifica apportata da Pierre Fresson al metodo Charbon Satin di Theodore-Henri Fresson, del 1900.



Stampa al carbone (16X) Foto P.Manzone




Stampa al carbone (40X) Foto P.Manzone

 -alla gomma bicromatata
Procedimento sperimentato per la prima volta da J. Pouncy nel 1858 ma introdotto solo nel 1894c. da A. Rouillé-Ladévèze. Fu molto apprezzato nel periodo Pittorialista per la sua enorme versatilità e per la possibilità di essere abbinato ad altri procedimenti fotografici in voga, gum platinum (1898; 1900, Kessler). Normalmente con la stampa alla gomma si ottengono immagini colorate molto affascinanti ma un po' flou, causa la difficoltà di porre perfettamente a registro i vari strati di gomma pigmentata con cui si forma l'immagine finita. Tecnica di stampa fotografica assai stabile se usata da sola e con pigmenti inorganici, che diventa delicata e instabile se abbinata ad altre tipologie di stampa o qualora si addizioni alla gomma un pigmento organico fotosensibile.

Platinotipia/Palladiotipia
Procedimento brevettato da W. Willis nel 1873, è tra i più famosi e raffinati metodi di stampa fotografica non argentica. L'immagine in una stampa al platino è costituita da platino puro, altamente stabile, generalmente di colore nero freddo ma può raggiungere tonalità seppia, rossastre o verdi. Ha superficie opaca o poco lucida che sovente permette di intravedere le fibre del supporto primario. Caratteristica delle stampe al platino è il "trasferimento dell'immagine" quando sono riposte in album di non buona qualità. Con i primi anni del XX secolo, a seguito dell'aumento del costo di acquisto del platino, sono state introdotte in commercio carte al platino/palladio o solo al palladio, del tutto simili al procedimento brevettato da Willis nel 1873. Un metodo ancora oggi in uso è la Ziatipia, carta autoannerente al litio-palladio.

Carte al collodio-sali d'argento e gelatina-sali d'argento.
Le prime carte ad emulsione pronte all'uso, largamente commercializzate dal 1880 c. a seguito delle modifiche apportate da Liesegang, Eder e Monkhoven, ma inventate da G. Wharton Simpson nel 1865, non furono a base di gelatina ma di collodio e conservavano la caratteristica di essere ad annerimanto diretto. Queste immagini venivano dette celloidine, erano normalmente di colore rossobrunastro e potevano essere virate all'oro. Avevano superficie lucida brillante o opaca e caratteristica fondamentale l'emulsione era stesa su uno strato di bario solfato o di ossido di zinco, che separava perfettamente il supporto primario dallo strato contenente l'immagine dando dei bianchi puri e brillanti. Liesengang e la Compagnia Eastman produssero una carta alla celloidina che permetteva il distacco della pellicola sensibile dal supporto e il suo riposizionamento su un foglio di vetro. Tipologia di materiale largamente usato come film per ripresa nelle fotocamere per istantanee popolari. Pochi anni dopo, 1884c., apparvero sul mercato le carte alla gelatina ad annerimento diretto (già proposte nel 1848 da De Molard ma senza fortuna), con tonalità rossobrunastre e del tutto identiche alle carte al collodio, che vennero identificate col nome di aristotipie, termine che presto fu utilizzato per entrambe le tipologie di carta sensibile. Per ovviare alla confusione si cercò di differenziare i prodotti identificando le carte a base di gelatina col termine Carte al citrato e le carte a base di collodio col termine Carte celloidine. Deterioramento tipico delle carte al citrato è l'ingiallimento con notevole indebolimento dell'immagine, mentre le carte alla celloidina presentano più facilmente la superficie dell'immagine notevolmente graffiata.

       
          Carta al citrato 1:1   e     Carta alla celloidina (25X)
Foto P.Manzone


Sezione di una Aristotipia del 1900 circa (400X) Foto P.Manzone

Kallitipia
Procedimento ai sali di ferro e argento realizzato da W. J. Nicol nel 1889, anche se un metodo assai simile fu scoperto da Herschel nel 1842 e chiamato Argentotipo. Pur essendo una logica evoluzione della cianotipia è da considerare come una variante della platinotipia ma che restituisce un'immagine bruna formata da argento. Assai instabile e delicata non ebbe grande successo anche perchè giunse sul mercato in contemporanea alle carte alla gelatina "gaslight", decisamente più comode, e ben dieci anni dopo l'avvento della platinotipia.
Un metodo economico per produrre kallitipie, attualmente ancora in uso, è il procedimento Van Dyke - Brownprinting.


Carte alla gelatina sali d'argento a sviluppo
Fatta eccezione per i lavori di Louis Blanquart-Evrard del 1850, si può affermare che nel XIX secolo i materiali da stampa commercializzati erano principalmente ad annerimento diretto e restituivano belle immagini di colore rossobrunastro. Questo rimase tale sino all'avvento, verso gli anni ottanta del XIX secolo, delle carte alla gelatina a sviluppo, chimicamente identiche agli aristotipi, ma che necessitavano di un bagno di sviluppo per visualizzare un'immagine dai toni grigioneri.
L'immagine argentica di queste carte è assai stabile, se correttamente trattata, e permette molti interventi successivi. La stesa dell'emulsione è effettuata su un supporto primario cartaceo rivestito da uno starto di solfato di bario che separa perfettamente l'emulsione dalle fibre del supporto. Ha generalmente superficie ludida brillante, anche se in alcuni periodi si sono prodotte carte ad emulsione semimatt o opache. Tra le carte più famose è da ricordare la Velox (prodotta dal 1882 dalla Eastman Kodak) e la AZO, sempre Kodak, ancora in commercio.
Sono identiche alle nostre attuali carte da stampa per bianconero a sviluppo chimico, a cui si è aggiunta, sul finire degli anni settanta del XX secolo, la versione Politenata o RC (Resin Coated).

            
            Sezione di carta Kodak Velox 1933 (250X)
Foto P.Manzone

Autocromie (1904)
A partire dal 1907 si hanno le prime immagini direttamente a colori, lastre in vetro visionabili per trasparenza, inventate dai fratelli Lumière di Lione nel 1904. In pratica l'autocromo era una comune lastra alla gelatina pancromatica che prima della stesa dello strato sensibile veniva rivestita da un sottile film di particelle (reticolo di fecola di patate) colorate nei tre colori primari e ben mescolate tra loro. Non fu certo il primo materiale fotografico a colori, vedasi i lavori di Lippmann (1891) e di Charles J. Joly (1893) o le immagini in tricromia di L. Ducos du Hauron (1868) e F. E. Ives (1895), ma di certo fu il procedimento che ebbe maggior successo. Tipologia di immagine fotografica molto delicata, le lastre autocrome sono particolarmente sensibili all'eccessiva esposizione alla luce e ad elevati tassi di umidità ambiente. Assolutamente non vanno mai lavate.

Stampe agli inchiostri grassi
Procedimento di stampa databile 1866 ma principalmente in uso nei primi anni del XX secolo, apprezzatissimo dai pittorialisti, basato sull'incompatibilità tra acqua e olio. Inizialmente si utilizzava un foglio di carta su cui era stata stesa della gelatina sensibilizzata con sali di cromo per ottenere, dopo stampa a contatto, una "matrice" positiva, si rigonfiava la gelatina in acqua e si procedeva a stendervi su uno starto di inchiostro litografico oleoso. L'inchiostro, respinto dall'acqua della gelatina rigonfia ma trattenuto dalla gelatina indurita dal sale di cromo, forma l'immagine. Dal 1907 alla semplice carta alla gelatina-sali di cromo si sostituisce carta fotografica ai sali d'argento a sviluppo che, opportunamente trattata fungeva perfettamente da matrice per l'inchiostro grasso (Bromolio). Questo procedimento è il corrispettivo di quello che nelle arti grafiche è la litografia. Una tecnica di lavoro a metà strada tra la stampa fotografia e la stampa fotomeccanica, che restituisce immagini delicatissime, è la collotipia; introdotta da A. Poitevin nella metą degli anni Cinquanta del XIX secolo contemporaneamente al superbo metodo al carbone.



Quasi sempre le immagini positive prodotte nel XIX secolo e nei primi dieci anni del XX secolo, escludendo i daguerreotipi, le ambrotipie e le lastre in vetro stereo o per lanterna magica, venivano incollate su un cartone portafoto un poco più grande dell'immagine fotografica e su cui erano riportati nome, indirizzo e insegne del fotografo. Anche questi supporti fanno parte integrante della storia della fotografia e vanno presi in considerazione sia per una corretta gestione dei dati archiviati sia per la buona conservazione del documento fotografico in questione. Problema non indifferente essendo questi sovente cartoni di bassa qualità, con una acidità assai elevata e su cui si sono stratificati nel tempo altri segni quali scritte, timbri, etichette o adesivi che minano l'integrità del documento stesso. I supporti secondari, su cui venivano incollate le fotografie, si presentavano in genere nei formati a seguire e venivano identificati con nomi in diretto riferimento alla fotografia che supportavano.


I formati più noti per le fotografie furono:

Mignonette                     52x33 mm
Pocket                            70x35 mm
Carte de Visite                92x54 mm
Touriste                          105x65 mm
Margherita o Victoria     105x70 mm
Album                             137x100 mm
Super Album                  141x100 mm
Promenade                     190x93 mm
Boudoir                           200x125 mm
Salon                              217x160 mm
I formati più noti per i supporti secondari furono:

Mignonette                   60x35 mm
Pocket                          75x37 mm
Carte de Visite             104x62 mm dal 1854
Touriste                       108x67 mm dal 1854 al 1860ca.
Margherita o Victoria   126x80 mm dal 1870ca.
Album                          165x110 mm
Gabinetto americano   177x86 mm
Boudoir                        220x133 mm dal 1870 al 1900ca.
Salon o Cabinet            270x175 mm dal 1860ca.
Family                          290x230 mm
Bibliografia essenziale

TESTI ON-LINE:
William E. Leyshon. PHOTOGRAPHS FROM THE 19th CENTURY: A Process Identification Guide.

Interessantissimo testo in inglese su storia e identificazione dei processi fotografici
http://www.sharlot.org/archives/photographs/19th/book/index.html

Glossario di terminologia fotografica. http://www.aib.it/aib/lis/lpi13eg.htm
A cura di Laura Corti e Fiorella Gioffredi Superbi. Aggiornamenti a cura di Laura Gasparini

Linee guida sulla conservazione del materiale fotografico. http://www.aib.it/aib/cen/ifla/guidfoto.htm


LIBRI E RIVISTE:
- L. Scaramella - Fotografia, storia e riconoscimento dei procedimenti fotografici - Edizioni De Luca 1999
- AA.VV.Centro di fotoriproduzione legatoria e restauro degli archivi di stato - Le scienze applicate nella salvaguardia e nella riproduzione degli archivi - Ministero dei Beni Culturali e Ambientali Roma 1989
- L. Stroebel, J. Compton, I. Current, R. Zakia - Fondamenti di Fotografia. Materiali e processi - Zanichelli 1993
- AA.VV.Centro di fotoriproduzione legatoria e restauro degli archivi di stato - Chimica e Biologia applicate alla conservazione degli archivi - Saggi 74, Ministero dei Beni e delle Attivitą Culturali, Roma 2002

- S. Berselli e L. Gasparini - L'archivio Fotografico - Zanichelli 2000
- R. Kockaerts - Procédées nobles en photographies - éditions pH7, Bruxelles 2001
- L. Masetti Bitelli e R. Vlahov - La Fotografia, tecniche di conservazione e problemi di restauro - Edizioni Analisi 1987
- W. Crawford - L'età del Collodio - Cesco Ciapanna Editore 1981
- Elizabeth Martin - Restaurare e conservare vecchie foto - Ulisse Edizioni 1989
- Dominique Gaessler - Les Grands Maitres du Tirage - Contrejour 1987
- Barreswil et Davanne - Chimie Photographique - Mallet Bachelier Imprim-Libraire, Paris 1858?
- Luigi Sassi - I primi passi in Fotografia - Hoepli 1909
- Luigi Sassi - Ricettario Fotografico - Hoepli 1908
- Luigi Gioppi - La Fotografia Industriale - Hoepli 1898
- Maria Teresa Contini - Strumenti Fotografici. 1845/1950 - Gabinetto Fotografico Nazionale, NER 1990
- N. LeGuern - Le papier ciré sec de Gustave LeGray. Recherche d'une formulation contemporaine - Ecole L.Lumière, 2000
- Maumene - Manuel de Chimie Photographique - Paris 1893
- Disderi - Manuel Opératoire de Photographie sur Collodion instantane - Paris 1853


 

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