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Cenni
sulle principali tipologie di documenti fotografici positivi storici
reperibili
Daguerreotipo-Dagherrotipo
(1837/1839)
Prende il nome dal suo inventore, Luois Jacques Mandé
Daguerre, che lo presentò ufficialmente a Parigi nell'agosto
del 1839. E' formato da una lastra di rame rivestita da un sottile
strato di argento sensibilizzato con vapori di iodio. Dopo l'esposizione
l'immagine formatasi sull'argento viene sviluppata con vapori di mercurio
e quindi "stabilizzata" per immersione in una soluzione
di sodio cloruro o, dopo il 1840, di sodio tiosolfato. Sovente allo
sviluppo si fa seguire un bagno di viraggio all'oro. Era uso colorare
a mano l'immagine per aumentarne la veridicità. Delicatissimo
e altamente instabile se esposto all'aria il daguerreotipo viene conservato
in eleganti astucci ermetici d'epoca. Caratteristica del daguerreotipo
è di presentare una immagine contemporaneamente positiva/negativa
in relazione all'inclinazione con cui si osserva la lastra d'argento.
Alterazione tipica del daguerreotipo è l'imbrunimento della
superficie causa l'ossidazione dell'argento, in tal caso è
necessario un corretto intervento di restauro da parte di personale
specializzato.
Carte
Salate
Sono in assoluto il primo materiale da stampa nella
storia della fotografia. La superficie delle carte salate risulta
opaca e sono perfettamente visibili, attraverso l'immagine, le fibre
del supporto primario (la carta). Normalmente le carte salate venivano
virate all'oro prima di essere fissate in sodio tiosolfato ottenendo
così gradevoli tonalità rossastre o neroviolette.
Le carte salate si possono suddividere in tre gruppi:
1 - Carte salate semplici: si tratta di un foglio di carta
impregnato di una soluzione di sodio cloruro che, una volta asciutto,
veniva sensibilizzato per immersione in una soluzione di argento nitrato.
2 - Carte salate collate all'amido: si tratta di un foglio
di carta impregnato di una soluzione salina a cui si è aggiunto
dell'amido in ragione del 2% che, una volta asciutto, veniva sensibilizzato
per immersione in una soluzione di argento nitrato. L'immagine finale
risulta leggermente brillante e con tonalità tendenti al violetto.
Questa tipologia di documento fotografico risale agli anni cinquanta
del XIX secolo.
3 - Carte salate collate alla gelatina: si tratta di un foglio
di carta impregnato di una soluzione salina a cui si è aggiunto
dall'1 al 4% di gelatina che, una volta asciutto, veniva sensibilizzato
per immersione in una soluzione di argento nitrato. Le tonalità
della stampa finita risultano brunorossastre.
Si può far rientrare nella voce Carte Salate anche la cianotipia,
la kallitipia, la platinotipia, la palladiotipia e tutti i documenti
fotografici con emulsione sensibile priva di legante.

Sezione
di carta salata semplice (250X) Foto P.Manzone |
Cianotipia
Inventata da Sir John William Herschel nel 1842 è
una tecnica di stampa fotografica che restituisce delle immagini blu
su carta più o meno collata, con superficie opaca e con ben
visibili, attraverso l'immagine, le fibre del supporto primario. Si
basa sulla riduzione, per mezzo della luce, di composti ferrici in
sali ferrosi. Fatta eccezione per una certa incompatibilità
con gli ambienti alcalini la cianotipia è una immagine fotochimica
altamente stabile.
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Cianotipia (40X) Foto P.Manzone
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Carte
all'albumina
Si tratta di un materiale da stampa, utilizzato
per la prima volta nel 1850 da Louis Blanquart-Evrard, di
elevata qualità e
buona stabilità nel tempo, dalle
tonalità brillanti che vanno dal rossobruno al violetto. Lo
strato di albumina steso sulla carta separa le fibre del supporto
primario dall'emulsione fotosensibile che, a differenza della carta
salata, non fa più parte del supporto ma vi galleggia sopra
permettendo una qualità e un dettaglio nell'immagine di rara
bellezza. Si intravedono ancora le fibre della carta ma, rispetto
alla carta salata, in modo meno marcato. Le stampe all'albumina venivano
generalmente virate all'oro, che ne garantiva una maggior stabilità,
e per ovviare all'ingiallimento dei "bianchi" lo strato
di albumina veniva tinto con un colorante organico rosa o malva. Quest'ultimo
procedimento genera immagini esteticamente molto belle ma assai instabili
nelle alte luci. Prassi comune era colorare a mano la stampa all'albumina
per aumentarne la veridicità. Caratteristica delle carte all'albumina
è la tendenza ad arrotolarsi a sigaretta se non incollate su
un supporto secondario rigido. Altro problema, tipico di questo materiale,
è la tendenza a produrre microscrepolature "crettature"
sulla superficie dell'emulsione, molto evidenti osservando l'immagine
con una lente, dovute in genere a sbalzi di umidità e temperatura
ambiente. Si sconsiglia di pulire le albumine lavandole o di provocare
il loro distacco dal supporto secondario immergendole in acqua.
Carta
all'albumina (40X) Foto P.Manzone
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Sezione di una carta all'albumina del 1880 circa. (400x)
Foto P.Manzone
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Ambrotipo
e Ferrotipo
L'uso
del collodio non fu mirato alla sola produzione di negativi ma, con
le dovute modifiche, si produssero anche immagini positive assai affascianti:
l'ambrotipia e la ferrotipia.
L'ambrotipia (1854,
J.A. Cutting) sfrutta
la caratteristica del collodio di restituire un negativo di color
grigio chiaro, che con l'aggiunta di sali di mercurio nella fase di
sviluppo diventa quasi latteo. Ponendo il negativo così ottenuto
su di uno sfondo nero si percepisce l'immagine con i toni invertiti,
cioè in positivo. Normalmente queste immagini fotochimiche
venivano montate in astucci simili a quelli dei daguerrotipi ma a
differenza di questi ultimi le ambrotipie sono sempre positive comunque
si osservino. Danno tipico delle ambrotipie è il distacco della
vernice nera stesa sullo strato di collodio per ottenere l'effetto
di inversione dei toni e a sua protezione; nel caso è doveroso
provvedere a far restaurare l'immagine da personale esperto.
Altra applicazione del collodio fu nella ferrotipia
(1853,
A.A. Martin; 1856, W. Kloen & D. Jones; 1856 H. Smith)
o tintipia (vedi immagini).
Quest'immagine differisce dall'ambrotipia per il fatto che il collodio
veniva direttamente steso su di un lamierino laccato di nero. Caratteristica
tipica delle ferrotipie è arrugginire ove l'originale laccatura
di protezione è danneggiata, oltre all'attrarre una calamita.
Un documento fotografico similare è la melanografia
(1853, Dr.
Langdell),
che utilizza come supporto primario un foglio di carta nero.
Ferrotipia
- Carte de Visite
Foto P.Manzone
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Ferrotipia (40X) Foto P.Manzone
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Ferrotipia
(16X) Foto P.Manzone
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Stampe
ai pigmenti:
-al carbone
Grazie
alle ricerche condotte da Mungo Ponton nel 1839 sulla sensibilità
alla luce dei sali di cromo A. Poitevin inventò un metodo di
stampa fotografico detto al carbone, perfezionato tra il 1864 e il
1867 e commercializzato ad opera di J. Swann. Una stampa al carbone
altro non è che uno strato di gelatina indurita colorata con
nerofumo o altro pigmento inorganico stabile. La sua stabilità
nel tempo è impareggiabile e la sua bellezza impressionante.
Caratteristica di questo genere d'immagini è la totale assenza
di specchio d'argento, l'avere brillanti i neri mentre le alte luci,
i bianchi puri, sovente risultano opache e in esse a volte si possono
intravedere le fibre del supporto primario. Le prime stampe al carbone
presentano l'inversione destra/sinistra dell'immagine. Dal 1952 l'atelier
Fresson esegue stampe a colori in quadricromia utilizzando carte al
carbone, si tratta di una modifica apportata da Pierre Fresson al
metodo Charbon Satin di Theodore-Henri Fresson, del 1900.

Stampa al carbone (16X) Foto P.Manzone
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Stampa al carbone (40X) Foto P.Manzone
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-alla
gomma bicromatata
Procedimento
sperimentato per la prima volta da J. Pouncy nel 1858 ma introdotto
solo nel 1894c. da A. Rouillé-Ladévèze. Fu molto
apprezzato nel periodo Pittorialista per la sua enorme versatilità
e per la possibilità di essere abbinato ad altri procedimenti
fotografici in voga, gum
platinum (1898;
1900, Kessler).
Normalmente con la stampa alla gomma si ottengono immagini colorate
molto affascinanti ma un po' flou, causa la difficoltà di porre
perfettamente a registro i vari strati di gomma pigmentata con cui
si forma l'immagine finita. Tecnica di stampa fotografica assai stabile
se usata da sola e con pigmenti inorganici, che diventa delicata e
instabile se abbinata ad altre tipologie di stampa o qualora si addizioni
alla gomma un pigmento organico fotosensibile.
Platinotipia/Palladiotipia
Procedimento brevettato da W. Willis nel 1873, è
tra i più famosi e raffinati metodi di stampa fotografica non
argentica. L'immagine in una stampa al platino è costituita
da platino puro, altamente stabile, generalmente di colore nero freddo
ma può raggiungere tonalità seppia, rossastre o verdi.
Ha superficie opaca o poco lucida che sovente permette di intravedere
le fibre del supporto primario. Caratteristica delle stampe al platino
è il "trasferimento dell'immagine" quando sono riposte
in album di non buona qualità. Con i primi anni del XX secolo,
a seguito dell'aumento del costo di acquisto del platino, sono state
introdotte in commercio carte al platino/palladio o solo al palladio,
del tutto simili al procedimento brevettato da Willis nel 1873. Un
metodo ancora oggi in uso è la Ziatipia, carta autoannerente
al litio-palladio.
Carte al collodio-sali d'argento e gelatina-sali d'argento.
Le prime carte ad emulsione pronte all'uso, largamente
commercializzate dal 1880 c. a seguito delle modifiche apportate da
Liesegang, Eder e Monkhoven, ma inventate da G. Wharton Simpson nel
1865, non furono a base di gelatina ma di collodio e conservavano
la caratteristica di essere ad annerimanto diretto. Queste immagini
venivano dette celloidine, erano normalmente di colore rossobrunastro
e potevano essere virate all'oro. Avevano superficie lucida brillante
o opaca e caratteristica fondamentale l'emulsione era stesa su uno
strato di bario solfato o di ossido di zinco, che separava perfettamente
il supporto primario dallo strato contenente l'immagine dando dei
bianchi puri e brillanti. Liesengang e la Compagnia Eastman produssero
una carta alla celloidina che permetteva il distacco della pellicola
sensibile dal supporto e il suo riposizionamento su un foglio di vetro.
Tipologia di materiale largamente usato come film per ripresa nelle
fotocamere per istantanee popolari. Pochi anni dopo, 1884c., apparvero
sul mercato le carte alla gelatina ad annerimento diretto (già
proposte nel 1848 da De Molard ma senza fortuna), con tonalità
rossobrunastre e del tutto identiche alle carte al collodio, che vennero
identificate col nome di aristotipie, termine che presto fu
utilizzato per entrambe le tipologie di carta sensibile. Per ovviare
alla confusione si cercò di differenziare i prodotti identificando
le carte a base di gelatina col termine Carte al citrato e
le carte a base di collodio col termine Carte celloidine. Deterioramento
tipico delle carte al citrato è l'ingiallimento con notevole
indebolimento dell'immagine, mentre le carte alla celloidina presentano
più facilmente la superficie dell'immagine notevolmente graffiata.
Kallitipia
Procedimento ai sali di ferro e argento realizzato
da W. J. Nicol nel 1889, anche se un metodo assai simile fu scoperto
da Herschel nel 1842 e chiamato Argentotipo. Pur essendo
una logica evoluzione della cianotipia è da considerare come
una variante della platinotipia ma che restituisce un'immagine bruna
formata da argento. Assai instabile e delicata non ebbe grande successo
anche perchè giunse sul mercato in contemporanea alle carte
alla gelatina "gaslight", decisamente più comode,
e ben dieci anni dopo l'avvento della platinotipia.
Un metodo economico per produrre kallitipie, attualmente ancora in
uso, è il procedimento Van Dyke - Brownprinting.
Carte alla gelatina sali d'argento a sviluppo
Fatta eccezione per i lavori di Louis Blanquart-Evrard
del 1850, si può affermare che nel XIX secolo i materiali da
stampa commercializzati erano principalmente ad annerimento diretto
e restituivano belle immagini di colore rossobrunastro. Questo rimase
tale sino all'avvento, verso gli anni ottanta del XIX secolo, delle
carte alla gelatina a sviluppo, chimicamente identiche agli aristotipi,
ma che necessitavano di un bagno di sviluppo per visualizzare un'immagine
dai toni grigioneri.
L'immagine argentica di queste carte è assai stabile, se correttamente
trattata, e permette molti interventi successivi. La stesa dell'emulsione
è effettuata su un supporto primario cartaceo rivestito da
uno starto di solfato di bario che separa perfettamente l'emulsione
dalle fibre del supporto. Ha generalmente superficie ludida brillante,
anche se in alcuni periodi si sono prodotte carte ad emulsione semimatt
o opache. Tra le carte più famose è da ricordare la
Velox (prodotta dal 1882 dalla Eastman Kodak) e la AZO, sempre Kodak,
ancora in commercio.
Sono identiche alle nostre attuali carte da stampa per bianconero
a sviluppo chimico, a cui si è aggiunta, sul finire degli anni
settanta del XX secolo, la versione Politenata o RC (Resin Coated).
Sezione di carta Kodak Velox 1933 (250X) Foto
P.Manzone
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Autocromie
(1904)
A partire dal 1907 si hanno le prime immagini direttamente
a colori, lastre in vetro visionabili per trasparenza, inventate dai
fratelli Lumière di Lione nel 1904. In pratica l'autocromo
era una comune lastra alla gelatina pancromatica che prima della stesa
dello strato sensibile veniva rivestita da un sottile film di particelle
(reticolo di fecola di patate) colorate nei tre colori primari e ben
mescolate tra loro. Non fu certo il primo materiale fotografico a
colori, vedasi i lavori di Lippmann (1891) e di Charles J. Joly (1893)
o le immagini in tricromia di L. Ducos du Hauron (1868) e F. E. Ives
(1895), ma di certo fu il procedimento che ebbe maggior successo.
Tipologia di immagine fotografica molto delicata, le lastre autocrome
sono particolarmente sensibili all'eccessiva esposizione alla luce
e ad elevati tassi di umidità ambiente. Assolutamente non vanno
mai lavate.
Stampe agli inchiostri grassi
Procedimento di stampa databile 1866 ma principalmente
in uso nei primi anni del XX secolo, apprezzatissimo dai pittorialisti,
basato sull'incompatibilità tra acqua e olio. Inizialmente
si utilizzava un foglio di carta su cui era stata stesa della gelatina
sensibilizzata con sali di cromo per ottenere, dopo stampa a contatto,
una "matrice" positiva, si rigonfiava la gelatina in acqua
e si procedeva a stendervi su uno starto di inchiostro litografico
oleoso. L'inchiostro, respinto dall'acqua della gelatina rigonfia
ma trattenuto dalla gelatina indurita dal sale di cromo, forma l'immagine.
Dal 1907 alla semplice carta alla gelatina-sali di cromo si sostituisce
carta fotografica ai sali d'argento a sviluppo che, opportunamente
trattata fungeva perfettamente da matrice per l'inchiostro grasso
(Bromolio). Questo procedimento è il corrispettivo di
quello che nelle arti grafiche è la litografia. Una tecnica
di lavoro a metà strada tra la stampa fotografia e la stampa
fotomeccanica, che restituisce immagini delicatissime, è la
collotipia;
introdotta da A. Poitevin nella metą degli anni Cinquanta del XIX
secolo contemporaneamente al superbo metodo al carbone.
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Quasi
sempre le immagini positive prodotte nel XIX secolo e nei primi
dieci anni del XX secolo, escludendo i daguerreotipi, le ambrotipie
e le lastre in vetro stereo o per lanterna magica, venivano
incollate su un cartone portafoto un poco più grande
dell'immagine fotografica e su cui erano riportati nome, indirizzo
e insegne del fotografo. Anche questi supporti fanno parte integrante
della storia della fotografia e vanno presi in considerazione
sia per una corretta gestione dei dati archiviati sia per la
buona conservazione del documento fotografico in questione.
Problema non indifferente essendo questi sovente cartoni di
bassa qualità, con una acidità assai elevata e
su cui si sono stratificati nel tempo altri segni quali scritte,
timbri, etichette o adesivi che minano l'integrità del
documento stesso. I supporti secondari, su cui venivano incollate
le fotografie, si presentavano in genere nei formati a seguire
e venivano identificati con nomi in diretto riferimento alla
fotografia che supportavano.
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I
formati più noti per le fotografie furono:
Mignonette 52x33
mm
Pocket 70x35
mm
Carte de Visite 92x54
mm
Touriste 105x65
mm
Margherita o Victoria 105x70 mm
Album
137x100 mm
Super Album 141x100
mm
Promenade 190x93
mm
Boudoir
200x125 mm
Salon 217x160
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I
formati più noti per i supporti secondari furono:
Mignonette 60x35
mm
Pocket
75x37 mm
Carte de Visite 104x62
mm dal 1854
Touriste 108x67
mm dal 1854 al 1860ca.
Margherita o Victoria 126x80 mm dal 1870ca.
Album 165x110
mm
Gabinetto americano 177x86 mm
Boudoir 220x133
mm dal 1870 al 1900ca.
Salon o Cabinet 270x175
mm dal 1860ca.
Family 290x230
mm |
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